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August 07 Si prepara l'offensiva Mediasethttp://www.reportonline.it/2009080723299/politica/si-prepara-loffensiva-mediaset.html Con l’autunno entrerà nel vivo la trattativa Rai-Sky ed intanto Romani prepara la nuova legge
In principio era
la legge Gasparri con il rinvio di Ciampi, improbabili riscritture
dello stesso ex ministro (ma su questo punto i dubbi sono molteplici,
Marcorè insegna) ed i girotondi. Sembrano passati anni da allora ed,
all’apparenza, nulla è cambiato ma lo scenario si è stravolto. La
trattativa per il rinnovo del bouquet Rai sulla piattaforma digitale è
naufragata con polemiche il cui punto più alto avverrà nell’autunno
quando alla ripresa dell’attività parlamentare Paolo Romani
presenterà il nuovo disegno di legge per il settore dell’editoria. Ma
chi è Paolo Romani? Direttore di Rete A (televendite), poi passato a
Telelombardia (legata al defunto Partito Socialista Italiano) ed infine
a Lombardia 7 (il cui apice fu raggiunto con una disputa per una
trasmissione di Maurizia Paradiso).
Un curriculum
non di primo ordine per il viceministro alle Comunicazioni, il quale
però non ha mai messo piede a Cologno Monzese per cui non è
sospettabile di conflitto d’interessi. Si presupporrebbe che il nuovo
progetto presentato qualche giorno fa si rifarebbe quindi al pluralismo
Alla base di
questa nuova regolamentazione ci sarà la direttiva europea del 2007 a
cui l’Italia si adeguerà entro la fine dell’anno. La UE chiede maggiore
“flessibilità” sui tetti pubblicitari, chiedendo una deregulation del
settore e non pronunciandosi, ovviamente, nel merito dei canali.
Attualmente i tetti sono il 15 per cento giornaliero e 18 per cento
orario mentre per la Rai sono massimo 4 per cento alla settimana e 12
per cento quotidiano. Romani punta a scardinare la parità per la
pubblicità Mediaset – Sky con l’accordo del Biscione e su spinta della
consigliera d’amministrazione Gina Nieri che chiede una diversificazione al più presto tra i due tetti.
La combinata
Nieri – Romani prende il via per problemi economici (ma anche
politici): un calo della pubblicità per Mediaset che affonda le radici
nella crisi, nonostante il Cavaliere abbia invitato agli inserzionisti
di non investire sui media “non disfattisti” così il fatturato del
Biscione è inesorabilmente in perdita a fine primo semestre con una
raccolta inferiore al 12-13 per cento rispetto all’anno precedente, il
risultato peggiore per l’azienda. L’audience tiene bene visto
l’infornata di prodotti commercialmente validi ma la crisi, nonostante
si cerchi di nasconderla, è viva, presente e si fa sentire anche dalle
parti di Milano due. Nel 2008, si è avuto lo storico sorpasso, per quel
che riguarda i ricavi complessivi, di Sky a vantaggio di Mediaset,
2.532 milioni di euro mentre per la rete satellitare si è registrato un
surplus di 100 milioni di euro ciò dovuto agli abbonamenti più che allo
spot.
Qui parte
l’offensiva Nieri – Romani con l’imperativo di riportare i ricavi alle
reti del Cavaliere, regalando più spot ed a farne le spese sarebbe
proprio Murdoch con una serie d’editori minori che sul satellite hanno
canali tematici, come De Agostini, Rizzoli, Discovery e Jetix, il cui
imperativo è di soffocare nuove leve sin da neonati per non vederli
crescere a dismisura, visti come minaccia alla spartizione della torta
pubblicitaria. Per dare il la l’offensiva i vertici di Mediaset stanno
pensando di comprare i diritti di numerosi film presenti nel bouquet di
Sky Cinema, così riducendo l’appeal del canale satellitare, togliendo
tutti i film della Medusa che produce tra gli altri, Muccino, Aldo,
Giovanni e Giacomo, Pieraccioni e Boldi. Oltre ai lungometraggi, lo
scontro si fa più vivo sul calcio, altro nervo scoperto, dove la
battaglia si fa più agguerrita perché ovviamente il Biscione si è già
aggiudicato i diritti per il digitale terrestre e Sky quelli per il
satellite, adesso si dovrà vedere le cifre degli accordi perché si è
avuta una crescita esponenziale di Mediaset Premium, dovuta soprattutto
all’imposizione per il digitale. Per cui mentre prima ognuno poteva
vedere il calcio solo su Tele +, Stream ed infine Sky, ora – con la già
citata imposizione – molti milioni di italiani vireranno su Premium
grazie soprattutto alla possibilità di acquistare gli eventi
singolarmente con le carte prepagate. Questo vantaggio di tipo
economico non è poca cosa visti i tempi correnti per cui i ricavi di
Mediaset nel 2008 sono cresciuti dell’85 per cento nel 2008, con circa
tre milioni e mezzo di tessere attive e nel 2009 dovrebbero essere
circa 500 milioni in più.
Nel sorpasso di
Sky però si dovrà rendere conto, nell’anno corrente che l’aumento
dell’Iva renderà – secondo Fininvest – il saldo tra nuovi abbonati e
disdette in negativo. Nonostante ciò, l’audience raggiunge un buon
risultato, circa il 10 per cento, quotidiano ma con l’offensiva su Sky
Cinema e, soprattutto, con l’arrivo del calcio sul digitale terrestre,
si può facilmente preventivare una riduzione drastica. In via Salaria
si è dapprima cercato di ovviare con la creazione di un canale
generalista, dove è andato in onda Fiorello, che però non ha dato i
risultati sperati. Ora il battage pubblicitario si concentra su Fox
Retrò e sui trenta canali ad alta definizione, settore ancora troppo di
nicchia per fare il boom.
Per evitare la
discesa dei ricavi pubblicitari a Mediaset, oltre a pensare ad
aumentare l’affollamento degli spot, si pensa anche ad introdurre
pubblicità occulta in film, telefilm ed infatti la direttiva europea da
massima libertà a riguardo e Romani, si prevede, non darà un
interpretazione restrittiva.
Nel rapporto con
la Rai, Mediaset vince su tutta la linea perché in via Mazzini,
l’arretratezza sul tema digitale terrestre ne fa una preda facilmente
sbranabile, visti già la crisi d’ascolti e con una perdita di 27
milioni di euro nei primi mesi del 2009 rispetto al budget approvato
fino ad arrivare, con una previsione, ad una perdita di circa 120
milioni di euro. Ora di fronte alla rinuncia dei 50 milioni annui di
Sky, la voragine si farà ancora più drammatica, circa 170 milioni di
euro l’anno cui poi pagare l’auto blu a esimi professionisti come
Augusto Minzolini, Mauro Mazza e Giuliana Del Bufalo, è un costo che
proprio non si sopporta. E se, come auspica Sandro Bondi ispirandosi al
modello francese, uno dei tre canali non avesse più la pubblicità?
Rocco D’Ammaro August 05 Date una chance a Beppe Grillohttp://www.reportonline.it/2009080423006/politica/date-una-chance-a-beppe-grillo.html
Ottima notizia per il Pd e soprattutto per il comico genovese che se riceverà la tessera dovrà dimostrare il suo reale seguito nell’urna elettorale Era una situazione troppo semplice quella venutasi a creare nella
corsa alla segreteria del Partito Democratico, due soli candidati:
Dario Franceschini, attuale segretario e Pierluigi Bersani, ex ministro
ombra del’Economia. Troppo lineare per una componente politica
tendenzialmente più affine ad un pragmatismo esasperante contrapposta
ad una semplificazione ossessiva. La candidatura di Ignazio Marino ha
posto il focus sulla laicità, nervo scoperto di un partito che non è
riuscito a raccogliere consensi nonostante la flessione di Berlusconi
in questi mesi tormentati dal caso Letizia prima, D’Addario poi.
Laicità, valore condiviso in un partito che vede insieme ex comunisti e
teodem. Contraddizioni che devono trovare soluzione nel congresso
dell’ottobre dove una linea dovrà essere tracciata, apertura verso la
sinistra di Vendola o il centrismo di Casini?
Il ritiro della candidatura è una sconfitta per il centro sinistra
dilaniato da lotte intestine da troppo tempo. Il nuovo che avanza che
dovrebbe corrispondere a Debora Serracchiani e Giuseppe Civati paiono
ancora intrisi di politichese ed in ogni caso appare come l’unica
preoccupazione, per giovani e vecchi, è la costituzione del partito,
cioè della spartizione degli spazi di potere. La politica è anche
questo ma non solo, ciò ha governato da troppo tempo e quello che
chiede Grillo è proprio un taglio netto con questo modus operandi visto
ormai l’attacco quotidiano verso la casta ed i personaggi che la
compongono.
La candidatura di Beppe Grillo, inoltre, ha evidenziato elementi
di contraddizione come il bizantinismo dello statuto del Partito
Democratico e poi se davvero avesse partecipato alle primarie, Grillo
avrebbe conosciuto il reale seguito e la reale applicabilità dei numeri
di cui spesso si fregia di avere aldilà dei visitatori del suo blog,
del facile consenso degli indignati, dai sostenitori dell’antipolitica
e dei Vaffa Day.
Si deve sbattere la testa contro il muro e non fasciarla prima
perché se Marino si è quasi autoeliminato con la storia della questione
morale con il (brutto) episodio dello strupratore Bianchini parlando di
un’assurda questione morale. Allora tra Bersani e Franceschini si
staglia l’incognita D’Alema. In una recente intervista alla Festa del
Partito Democratico, di fronte ad una domanda di Antonio Polito ha
attaccato chi lo addita d’essere un apparato, tracimando irruenza nella
risposta “per le ultime elezioni ho fatto 130 manifestazioni nel Sud e
quelli che parlano di apparati non hanno mosso un dito. A Crotone,
provincia rossa con 25 comuni su 27 governati dal centro sinistra siamo
riusciti a presentare sino a sei candidati della stessa area politica,
di cui due del Pd e siamo riusciti a perdere”.
Un attacco vero e proprio, base della presenza di candidatura di
Grillo che non deve essere esorcizzata come ha fatto Fassino, parlando
di “Helzapoppin”. Ben venga il nuovo partito di liberazione nazionale
che debutterà in autunno e che competerà proprio con il Partito
Democratico e che vedrà in Antonio Di Pietro ed il suo movimento un
interlocutore privilegiato e ad acquisire punti percentuali, alle
ultime elezioni europee, non è stato di certo il Pd. Rocco D'Ammaro November 27 Zapatero dice no ai baschiVietato il referendum per l'autodeterminazione della regione così il braccio di ferro con il premier continua mentre l'Eta riprende gli attentati.
Il presidente del governo basco, Juan José Ibarretxe, aveva un sogno, sognava migliaia di cittadini recarsi alle urne per dare il proprio “bai”, si. Un vero e proprio plebiscito per l'autodeterminazione del popolo del nordest della Spagna in modo tale da poter chiudere la questione con il gruppo terroristico dell'Eta in modo da chiudere la tragica stagione delle bombe ed omicidi mirati. Per oltre un anno, Ibarrexte ha inseguito caparbiamente il suo sogno che aveva una data: 25 ottobre ma in quel giorno solo alcune migliaia di persone son scese in piazza a Vitoria, capitale della regione che ospita la sede del governo basco, per sostenere la battaglia del proprio leader insieme a molti dirigenti della coalizione di governo tra cui il Pnv, partito nazionale basco, l'Ea, Solidarietà basca, il Batzarre, formazione che ha origine dai comunisti baschi e l'Aralar, altro gruppo di sinistra. Nello stesso giorno Ibarretxe ha trovato sulla sua scrivania alcune schede compilate inviate per posta ad un numero selezionato di elettori invitati a rispondere a domande che avrebbero dovuto far parte del referendum. Un voto che sia il governo centrale che il Tribunale costituzionale avevano vietato perchè contrario alle leggi del paese iberico. Non si arrende Ibarretxe allo stop imposto da Madrid. Dal 2007 persegue, con una tenacia invidiabile, una linea politica che tende a marcare le differenze della comunità basca rispetto all'esecutivo guidato da Zapatero, il quale risponde sempre con spallucce considerando la questione al pari delle altre realtà autonomiste spagnole, catalana ed andalusa. Il premier ha bloccato, anche, sul nascere possibili consultazioni che sarebbero avvenute tra Ibarretxe ed Eta per concludere la stagione del sangue che sino ad oggi arriva a quasi mille morti. A settembre del 2007, il presidente della regione basca aveva presentato una legge in cui sostanzialmente si chiedeva autonomia per le decisioni sul proprio futuro ma dietro ad un eccesso di burocratese e parole ordinate, sostanzialmente si chiedeva d'andare aldilà del semplice riconoscimento - al pari delle altre due comunità indipendentiste - in modo tale da potersi dichiarare autonomi e staccarsi da Madrid. Zapatero, senza giri di parole, disse che non appena Ibarretxe fosse arrivato nella capitale avrebbero ricevuto un secco no, senza nemmeno aprire il dibattito, e l'avrebbe invitato a seguire la via costituzionale come catalani ed andalusi. Il premier si trovò attaccato anche dall'opposizione, che vede nel Partito Popolare il principale esponente, i quali affermavano l'esistenza di un piano segreto per concedere un'autonomia simile alla regione di Navarra che così si sarebbe unita ai baschi. Nell'aprile del 2008, l'Eta ha ripreso l'attività terroristica uccidendo un dirigente sindacale e politico del partito socialista, formazione all'opposizione nel Parlamento basco. Un mese dopo, Ibarretxe si presentò davanti all'organo di rappresentanza dando un aut aut, o si alla legge proposta da lui o ritiro immediato dalla politica attiva. Tre i punti fondamentali della legge numero 9: ricerca di un compromesso per porre fine alle violenze dell'Eta, necessità di trovare un “compromesso democratico per garantire alla comunità basca il diritto di decidere liberamente del proprio futuro”e la normalizzazione politica che sarebbe dovuta per cinque progressive fasi, da autonomia amministrativa sino alla separazione dalla Spagna. Il referendum consultivo fu subito approvato e venne decisa la data: 25 ottobre. In questa prima data si sarebbe chiamati i baschi a votare per la sovranità territoriale e sulla sicurezza. Poi, nel 2010, ci sarebbe stato un secondo referendum per decidere sull'autodeterminazione. Zapatero prese il questionario e lo girò ai giudici che hanno giudicato improponibile sia la legge appena approvata in giugno dal parlamento basco e sia gli atti politici derivanti come il referendum. Non si arrende Ibarretxe che propone di portare la questione al Tribunale dei diritti dell'uomo, una mossa d'assoluta propaganda elettorale perchè lì ci si può rivolgere solo come singolo cittadino e non come presidente del governo regionale. La battaglia è aperta e la conclusione è ben lontana dall'essere intravista. I campi su cui c'è lo scontro è sia sul piano elettorale che quello economico. Nuove elezioni per la regione sono state indette nel marzo 2009 e sicuramente il tema cardine sarà il referendum negato. Inoltre, Ibarretxe ha aperto un contenzioso con lo stato centrale chiedendo che una serie d'attività finanziarie siano gestite dalla regione basca in prima persona e non dal governo centrale che poi gira una parte dei proventi. Prossimo appuntamento è per il prossimo 8 gennaio davanti ad un tribunale penale. Il leader basco, insieme a due dirigenti socialisti, è accusato d'aver avuto contatti con i capi del Batasuna (braccio politico dell'Eta, messo fuori legge nel 2003) dopo che il gruppo terroristico aveva deciso di riprendere la lotta, dopo una breve tregua, nel 2006. D'Ammaro Rocco November 26 Marcia indietro per Nichi VendolaLa scissione con Ferrero non avverrà, il governatore della Puglia rientrerà nei ranghi Si aspettavano notizie da un momento all'altro, un comunicato stampa con il nuovo logo e l'invito per i media, la data già c'era: il 13 dicembre a Roma. Il nome sarebbe dovuto essere “La sinistra” invece tutto si è bloccato così la minoranza all'interno de Rifondazione comunista guidata da Nichi Vendola dovrà attendere la scissione dall'attuale segretario Paolo Ferrero. Costretta ad un passo indietro da chi ha da sempre appoggiato la corrente, Fausto Bertinotti. Dopo lo scontro a Chianciano, dove a fine luglio Ferrero venne eletto segretario battendo proprio Vendola con 142 voti favorevoli rispetto ai 134 del rivale, l'ex Presidente della Camera si è avvicinato al rappresentante del partito sino a giungere alla pubblicazione su “Liberazione”, giornale del partito, delle “15 tesi” in cui Bertinotti ha chiaramente scritto “bisogna evitare scorciatoie politicistiche” e che va contrastata qualsiasi alleanza tra Pd ed un partito a sinistra, praticamente il progetto di Vendola. L'ex segretario registra e da ordine di scuderia “non possiamo fare un partitino”, accetta il consiglio d'attendere le elezioni europee per la resa dei conti interna ma non rompere prima. Ferrero è onnipresente, cavalca l'onda studentesca ed è fianco a fianco con gli scioperanti della Cgil. Nel frattempo è volato a Berlino dove si è incontrato con Oskar Lafontaine, il leader di Linke, partito della sinistra tedesca con cui spera in un'alleanza. La brace arde sotto l'apparente fuoco sopito. Licenziamento per la GuarrielloConsigliera del Ministero del Lavoro, dimissionata per mancanza di sintonia con gli indirizzi politici del governo
Sconcerto per la decisione del Ministro Maurizio Sacconi che ha destituito Fausta Guarriello, giuslavorista il cui curriculum (facilmente rintracciabile sulla rete) risplende di numerosi prestigiosi titoli. Per le sue competenze, era a capo della Rete nazionale delle Consigliere di Parità, organismo di garanzia che in tutta Italia combatte contro la discriminazione verso le donne sul lavoro. Nominata circa nove mesi fa dall'allora Ministro del Lavoro, Cesare Damiano, il suo impiego era di durata quadriennale ma qualche giorno fa è stata dimissionata dall'attuale titolare di via Veneto. Il motivo? Le denunce su discriminazioni subite da alcune donne e rappresentate dal sindacato Fim – Fiom e portate all'attenzione sia di Sacconi che del Ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna. La consigliera si era presa briga di mettere in luce le istanze, dubbi e perplessità sui decreti 93/08, 97/08 e 112/08 attualmente al vaglio delle Camere per essere tramutate in legge. In particolare, in un'intervista rilasciata ad un giornale dei sindacati, la Guarriello prendeva atto di come “le misure volte a premiare fiscalmente la prestazione di lavoro straordinario e le quote di salario non contrattato accentuano ulteriormente il gap salariale tra uomini e donne a parità di mansioni e livello”. Si evidenziava come l'assenza di incentivazioni alla stabilizzazione del lavoro femminile “contraddice la dichiarata necessità di incrementare il tasso di attività delle donne, come indicato dagli obiettivi di Lisbona, rinunciando agli effetti positivi che ciò avrebbe sull’economia a tutti i livelli”. In ultima istanza si denunciava la reintroduzione della pratica delle dimissioni in bianco, pratica abolita dal precedente governo guidato da Prodi, che molti datori di lavoro usano per mandare a casa chi rimane incinta. Uno spirito libero non inquadrabile in nessun organo di partito che evidentemente non faceva il “gioco di squadra” del governo. Per lei si attua, per la prima volta verso una consigliera di parità, la Legge Frattini (ex articolo 6 della legge 10 luglio 2002, n. 145). Ma c'è di più, nello statuto delle consigliere non è prevista la revoca difatti è scritto che è possibile revocare “le nomine di organi di vertice e dei componenti dei consigli di amministrazione o degli organi equiparati degli enti pubblici, delle società controllate o partecipate dallo Stato, delle agenzie o di altri organismi comunque denominati, conferite dal Governo, nei sei mesi antecedenti allo scioglimento anticipato delle Camere”. Sei mesi prima, proprio quando c'era un altro esecutivo. Al posto dell' “antagonista”, è stata nominata Alessandra Servidori. Il licenziamento è stato firmato dapprima da Sacconi e poi dalla Carfagna, in quanto la Guarriello dava atto ad entrambi i dicasteri. Ma non era quest'ultima a proporre una commissione, sul facsimile di quella Attali in Francia? D'Ammaro Rocco November 25 Pochi figli? Chiamali Benito e Rachele ti paghiamoSingolare trovata neofascista del segretario regionale lucano della Fiamma Tricolore Folklore, pubblicità o cos'altro non lo si capisce ma la proposta di Vincenzo Mancusi, segretario regionale della Fiamma tricolore, appare perlomeno retrograda. Benissimo per la scelta dei comuni, i cinque a rischio estinzione in Basilicata: Calvera, Carbone, Cersosimo, Fardella e San Paolo Albanese. Bene per la somma destinata ad ogni bambino nato: 1,500 euro. Pessima per i nomi da 'affibbiare' ai neonati: Benito per gli uomini, Rachele per le donne, chiunque sa che associati questi due nomi portano a due personaggi decisamente poco illustri del passato italiano, Benito Mussolini e Rachele Guidi, marito e moglie. Dittatore il primo, moglie succube dei tradimenti altrui la seconda. Il segretario Mancusi non ha mai fatto mistero di aver disprezzato la svolta di Fiuggi, definendola “una carognata” e prende le distanze da chi ha rinnegato il proprio passato come Alemanno: “"Prima ha detto che il fascismo non era da tutto condannare, poi ha fatto marcia indietro. Ovviamente non sono d'accordo". Insomma Mancusi è un nostalgico del ventennio e non ha problemi a sottolineare che "il fascismo non è tutto da condannare" e che, anzi, ha fatto "anche" del bene all'Italia: "Penso al nostro patrimonio urbanistico, tutto merito di quel periodo storico". Il contributo, ammettono gli stessi dirigenti del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore, "non risolve certamente il problema dello spopolamento della regione", ma è "un piccolo segnale di un piccolo partito. La regione Basilicata potrebbe fare molto di più". Una riflessione ragionevole - tolti gli elementi pittoreschi - c'è ed è quella sulla redistribuzione delle royalties del petrolio ma anche qui ci troviamo innanzi a lettera morta visti i continui richiami di reportonline.it alla questione. Fiamma Tricolore propone di far destinare "dalle Royalties del petrolio, almeno 1500 euro l'anno, fino al raggiungimento della maggiore età, per ogni bambino nato in qualsiasi comune della Basilicata per i prossimi 20 anni". Non credo ci si trovi innanzi ad apologia di fascismo ma davanti ad una deriva, certamente si. D'Ammaro Rocco September 30 Crisi dell'uva nel MetapontinoSiamo a fine raccolta ma molti viticoltori metapontini quest'anno hanno deciso di non raccogliere l'uva
L'anno scorso, di questi tempi, la vendemmia era quasi completata mentre quest'anno non è stato raccolto nemmeno un chicco. Siamo a Terzo Cavone, frazione di Scanzano Jonico, e le immagini davanti agli occhi sono desolanti, grappoli d'uva pronti per essere raccolti ma nessuno lo fa. Perchè? Nella scorsa annata la qualità del prodotto era decisamente migliore ma la mancanza idrica nel 2008 ha costretto l'uva a non maturare a dovere e quindi ad avere una minore gradazione. Per ciò che riguarda i prezzi, inoltre, l'anno scorso si è venduto a 24 centesimi al chilo mentre quest'annata disgraziata ha visto un abbattimento della domanda, nessuno la chiede. Così non rimane che trasformarlo ma anche questo è controproducente, ci sono le cisterne piene dell'anno scorso. A questo s'aggiunge un mercato della bottiglia bloccato dapprima per il Brunello di Montalcino che ha bloccato le vendite negli Stati Uniti, poi l'euro forte nei confronti del dollaro ha drasticamente ridotto le esportazioni verso il Canada. La speranza è che si riesca a vendere la vendemmia 2007 e quella (ancora da raccogliere) 2008 in extremis. Conferme della gravità di una situazione che non vede sbocchi nell'immediato positivi, giungono da Antonio Stasi, presidente del Distretto Metapontino della CIA, che parla di «drammaticità. I prezzi offerti, quando offerti, non coprono neanche la manodopera per la raccolta e le cantine pagano in modo irrisorio. Molti produttori non tagliano neanche l'uva dalle piante. Molti coltivano l'uva per se e poi lo vendono ma son fatti familiari e non produttivi». Spiragli positivi giungono da Stasi quando parla «varietà apirene senza semi sono state vendute, hanno un loro mercato e sono già state raccolte». Si tratta, quindi, di riconvertire le varietà? Secondo il Presidente«non è questo il problema. Altrimenti dovremmo riconvertire tutto. Il problema sono i mercati interni ed esteri che non tirano a causa della crisi economica. Si sono abbattuti i consumi e tra questi, quelli della frutta. Le varietà più obsolete, tuttavia, quelle che sono da oltre dieci anni in produzione, andrebbero riconvertite». Stasi, però, si mantiene cauto sull'ipotesi avanzata dalla Cia di Taranto, sull'esistenza di un “cartello” di compratori privati che tiene bassi i prezzi: «Noi abbiamo produzioni molto più ridotte rispetto al tarantino. La speculazione, tuttavia, c'è. Basti pensare solo ai rincari che avvengono nei vari passaggi dal produttore al consumatore. E’ successo e succede anche che i prezzi di acquisto da parte dei compratori privati sono di molto inferiori a quelli di vendita già sullo stesso campo». Rocco D'Ammaro August 18 Scanzano ribadisce il proprio “no” alle scorie nucleariScanzano Ionico - Giorni d'attesa al presidio permanente dove le nuove linee guida del governo Berlusconi ripropongono il timore nucleare
Il governo Prodi aveva posto il quesito al problema scorie nucleari con un tavolo di concertazione tra una Commissione mista formata da parlamentari, Regioni, Apat ed Enea, nominata dall’ex ministro delle attività produttive, Pierluigi Bersani, ed insediata il 27 marzo scorso. L'avvento qualche settimana successiva di Berlusconi non ha cambiato nulla, facendo capire di voler rispettare la road map delineata dal precedente Governo. A fine settembre, allo scadere dei sei mesi assegnati, l’organismo lasciato in vita dal nuovo Governo Berlusconi, sarebbe pronto a consegnare il documento finale sul Deposito. L'attesa è alta nel metapontino e la Basilicata tutta perchè è in tutti vivo il ricordo del novembre 2003 quando il terzo Governo Berlusconi terzo individuò nei depositi sotterranei di salgemma di Terzo Cavone presso Scanzano Jonico l’ubicazione del cimitero atomico nazionale. Qualche rassicurazione arriva da Massimo Scuderi, membro della commissione regionale e neo direttore generale della Sel, Società energetica lucana, che ha avuto l'incarico di lavorare ad un deposito di superficie e non sotterraneo. Ciò escluderebbe, a detta anche del presidente della Regione, Vito De Filippo, la scelta di Scanzano Jonico. All'epoca – nel novembre 2003 - si parlava di un deposito geologico sotterraneo ad 800 metri di profondità, dove sono stati rinvenuti, agli inizi degli anni '50, alcuni giacimenti di salgemma. Poi, la rivolta popolare dei centomila, pacifica e non violenta, provocò il retromarcia della compagine governativa. La scelta su un sito superficiale, altrettanto, a rigor di logica, escluderebbe anche l’altra evenienza quella relativa ai calanchi tra Craco, Stigliano, Pisticci e Montalbano Jonico. Qui, infatti, sarebbe ipotizzabile un sito geologico nelle argille del sottosuolo e non, al contrario, di superficie. L'ultima ipotesi al vaglio della commissione preoccupa su scala territoriale e riguarda l’impianto Itrec di Rotondella. Qui sono custodite 64 barre del ciclo uranio-torio provenienti dalla centrale americana di Elk River, Minnesota. Barre non riprocessabili (scaricabili del loro materiale atomico nobile e, quindi, di radioattività) in nessun sito del mondo. La legge del contrappasso: proprio alla Trisaia doveva ricercarsi, prima del blocco per il referendum antinucleare del 1987, come trattare questi elementi di combustibile atomico. Elementi che sono rimasti nel cuore del Metapontino e che nessuno vuole. L’associazione «Noscorie Trisaia» ha lanciato l’allarme: le barre indistruttibili di Elk River potrebbero essere il primo nucleo attorno a cui creare il Deposito unico nazionale di superficie d’Italia. In provincia di Matera ed in Basilicata, tuttavia, anche su questa ipotesi l'attenzione è alta, qui si è pronti a ripetere un'altra marcia dei centomila. D'Ammaro Rocco August 04 Strada in salita per McCain?Messo all'angolo dalla crescente di Obama, lo staff di John McCain ha fatto uscire una serie di spot pubblicitari che mettono a nudo le (presunte) pecche – a modo di vedere repubblicano – del rivale alla corsa alla Casa Bianca. Una strategia che sa di ultimo tentativo per raddrizzare un divario decisamente largo. Un gran polverone s'è alzato dopo un minuto in cui un montaggio alternato mostra Obama e Paris Hilton e Britney Spears con titoli da far rabbrividire un qualsiasi cittadino medio e quella paura latente : “Più tasse per tutti” . Gli “auspici” di McCain non sono passati (a quanto pare) ma il polverone mediatico si è concentrato sull'affinità tra le starlette, regine del vuoto e l'avversario. Nessuna reazione ufficiale da parte di Obama ma nonno Hilton ha avuto da ridire telefonando personalmente allo staff di John McCain ed il tono non era affatto amichevole. Lui (William Barron) è sempre stato molto generoso con i repubblicani ma non solo lui, pare infatti che la madre di Paris, Kathleen Hilton, abbia donato circa 2.300 dollari mentre Richard Hilton, 6,900 dollari. In totale in un biennio, il patriarca ha donato circa 50.000 dollari al candidato repubblicano. La cattiva pubblicità non ha risparmiato nemmeno la catena Blackstone Group che ha comprato la catena Hilton, il cui presidente ha versato circa 31.000 dollari. D'Ammaro Rocco June 29 La verità di Carlos sul sequestro MoroIntervista esclusiva dell'Ansa al terrorista che rivela particolari inediti sul sequestro che trent'anni fa sconvolse l'Italia
Considerato per decenni la “Primula rossa” del terrorismo internazionale, Ilich Ramirez Sanchez, detto «Carlos», conosciuto anche come «lo sciacallo» fu arrestato in Sudan il giorno prima di ferragosto del 1994. Dopo l'arresto fu subito consegnato alla Francia. La leggenda vuole che i servizi di tutto il mondo avessero di lui solo una vecchissima fotografia (cosa inattendibile perché Carlos, almeno negli ultimi tempi, era strettamente sorvegliato). E un’altra leggenda vuole che il suo arresto sia stato provocato da una rissa per gelosia tra due donne che causò l'intervento della polizia.Alto e corpulento, è ritenuto l’autore o l'ispiratore di vari sanguinosi attentati avvenuti in Europa negli anni '70 e '80, i più importanti dei quali sono il sequestro (a Vienna nel 1975) di 70 persone tra cui 11 ministri del petrolio dei Paesi dell’Opec, concluso con tre morti; un attentato, nel 1982, contro il treno Tolosa-Parigi sul quale avrebbe dovuto trovarsi il sindaco di Parigi Jacques Chirac, cinque morti. Carlos sarebbe stato al centro di una rete terroristica internazionale e avrebbe avuto rapporti soprattutto con gruppi oltranzisti palestinesi (il Fronte popolare per la liberazione della Palestina – Fplp) e con gruppi terroristi tedeschi (Magdalena Kopp è stata la sua compagna per 13 anni), più gli anarchici del «Movimento 2 giugno» e le «Cellule rivoluzionarie» (Rz) che la Raf. I suoi rifugi sono soprattutto in Siria e nello Yemen, ma la Kopp ha raccontato che anche la Stasi della Germania Est li ospitava (anche se nega che li abbia utilizzati). Nella lunga intervista (leggibile qui) lancia una notizia sconvolgente: ci fu un ultimo, estremo tentativo di salvare Aldo Moro che ebbe come scenario la pista dell’aeroporto di Beirut dove un aereo executive dei servizi segreti italiani attese invano, l’8 e il 9 maggio del 1978, che a Roma una certa situazione si sbloccasse. Una fazione dei servizi segreti italiani, favorevole allo scambio, avrebbe dovuto prelevare dalle prigioni alcuni membri delle Brigate Rosse che dovevano essere portati in un Paese arabo. A bordo di quel jet c'erano il colonnello Stefano Giovannone, uomo del Sismi legato a Moro, ed esponenti del Fplp, garantiti e sotto la protezione dello Stato italiano. Grazie alla collaborazione dell’avvocato difensore del capo terrorista Sandro Clementi, il collega Paolo Cucchiarelli ha incontrato Carlos nel carcere parigino di Poissy. Nell’intervista – inizialmente – ci sono delle allusioni di Carlos tra il sequestro Moro e la missione che proprio la mattina del 9 maggio di 30 anni fa portò l’ammiraglio Fulvio Martini, all’epoca vice del Sismi, ad incontrare, nel carcere jugoslavo di Portorose, 4 capi della Raf (Rote Armee Fraktion, organizzazione terroristica di estrema sinistra attiva all'epoca in Germania). Tutto invece saltò perché qualcuno a Roma seppe della cosa ed intervenne a bloccare il tutto. Carlos aveva detto, in una intervista di qualche anno fa, che c'erano «patrioti anti Nato, compresi molti generali, che erano partiti per aspettare il rilascio del prigioniero e salvare la vita di Moro e l'indipendenza dell’Italia. Invece questi generali furono costretti alle dimissioni». Carlos, a trent'anni dai fatti, chiarisce la vicenda che poteva essere decisiva: «fu una conseguenza dei fascisti (Mussoliniani li definisce, ndr) che controllavano l’intelligence militare che aveva preparato delle operazioni per andare a prendere nelle carceri, di notte, alcuni brigatisti imprigionati. Credo che l’informazione sia arrivata ai servizi della Nato a Beirut e probabilmente per l’imprudenza di Bassam Abu Sharif (membro dell’ufficio politico dell’Olp)». Una soffiata, dunque, rese possibile lo stop a quell'ultimo misterioso tentativo a cui hanno alluso, per decenni, esponenti socialisti e della Dc. Quell'aereo a Beirut – spiega Carlos – «era a disposizione della resistenza palestinese per andare sotto la protezione dello Stato italiano (servizi militari) nel Paese opportuno per organizzare il ricevimento dei brigatisti sul punto di essere sottratti dalle carceri dai servizi militari». Un riscontro a queste parole è il fatto che dopo la morte di Moro si ebbe un vero e proprio ripulisti nel Sismi, che pure era nato da pochi mesi. Sui giornali nessuno spiegò in quelle settimane quale ne fosse la ragione; lo stesso Martini abbandonò il servizio segreto per alcuni anni. Nella lunga intervista a Carlos molte sono le ulteriori rivelazioni: a Milano, mentre si stava preparando un incontro delle Br con un «uomo dello Stato» ci fu un blitz che interruppe il canale che era stato aperto: «Quello che posso dire - rivela Carlos - è che vi era un contatto tra le due direzioni (Br-Raf) e che ci fu in quel momento una operazione delle teste di cuoio (prima nella storia). Il governo italiano non aveva necessità di stabilire contatti con gruppi stranieri per liberare Moro». Recentemente Cossiga ha confermato che ci fu in effetti una missione di questo tipo proprio a Milano, dopo che c'era stato un contatto tra Brigate Rosse e un uomo di Chiesa grazie al segreto del confessionale. Carlos spiega ancora che «i contatti che portarono a questo ultimo tentativo – che oggi rivela – passarono tra Giovannone ed il Fplp e grazie anche ad altri ufficiali che si recarono a Beirut più volte. Separatamente vi erano contatti con le Br con rivoluzionari europei non italiani. Per ragioni di sicurezza le Br si erano “chiuse” nell’imminenza della tripla operazione consistente nella simultanea cattura di Moro, Agnelli e un giudice della Corte suprema. Le azioni dovevano svolgersi simultaneamente in Italia». Questa dei tre rapimenti è una assoluta novità. Carlos ne è ben cosciente e sottolinea per due volte che doveva essere rapito Gianni Agnelli e non Leopoldo Pirelli come poi si è detto e scritto. Nulla invece dice della identità dell’alto magistrato che doveva essere anche egli rapito. Nelle sue risposte, su cui ha a lungo meditato, come ha raccontato l’avvocato Clementi, Carlos ha detto di non aver mai saputo nulla dell'ingente riscatto che la Chiesa era pronta a pagare proprio la mattina del 9 di maggio a Milano. «Sono stupito di apprendere che la Chiesa avesse quella cifra per pagare. Benché fosse un buon cattolico (Moro), l’uomo della Chiesa era Andreotti che si è opposto al salvataggio di Moro. Il tentativo di Beirut è stato sabotato a Milano e questo è un dato di fatto (e qui Carlos sembra alludere al contatto avvenuto tramite la Chiesa a Milano cui si sarebbe risposto con un vero blitz che costrinse gli uomini della Raf che erano nel capoluogo lombardo a fuggire in Jugoslavia, dove poi vennero arrestati, ndR). I sovietici avevano interesse a salvare Moro, gli yankees e gli israeliani erano contro e quindi se vi fosse stato un intervento di uno Stato straniero si sarebbe trattato di uno della Nato e non del Patto di Varsavia». D'Ammaro Rocco April 27 Domani scade la presentazione della giunta per legge ma i nodi ancora non sono scioltiDomani scade la presentazione della giunta per legge ma i nodi ancora non sono sciolti Sono giorni convulsi a Policoro. Terminata la sbornia post elettorale dopo la vittoria (scontata) su un candidato poco credibile imposto dal Partito Democratico del centro ionico, il “nuovo” sindaco, Nicola Lopatriello, non riesce a dormire sonni tranquilli per esaudire tutte le richieste provenienti dalle sei liste collegate al listone Partito delle Libertà. Il problema dove sta? Entro domani il primo cittadino deve convocare il consiglio comunale in quanto ultimo giorno utile per legge. Dove sono le asperità per riuscire a trovare i nomi giusti ed incastrarli tra loro… Paolo Castelluccio, capolista di Forza Italia, consigliere provinciale e candidato – non eletto – al Senato, insiste per l’assessorato a Tommaso Siepe, ma sul nome dell’ex assessore (già in carica nelle precedenti legislature di centro destra) c’è il parere positivo del nuovo sindaco e su un assessorato ad Otello Marsano, ex sindaco Dc a cavallo tra anni 80 e 90 ma su cui Lopatriello opta per la presidenza del consiglio. Sulla scelta per Marsano sta la diatriba forzista perché inserendolo in un assessorato si riuscirebbe a far entrare nel consiglio il secondo dei non eletti, Rocco Colucci anche perché la prima, Luisa Lasaponara entra comunque per l’incompatibilità di Siepe con la giunta. Riuscendo ad inserire ben tre nomi nei quadri politici locali, la corrente castellucciana riuscirebbe ad aver un peso determinante per i fragili equilibri cittadini. Colucci potrebbe entrare nei quadri politici anche Lasaponara o Domenico Bianco, terzo degli eletti, riuscisse ad essere inserito come assessore, cosa reputo alquanto improbabile. Altro “problema” risulta rappresentato dalla presenza femminile inesistente nel consiglio comunale che secondo lo statuto comunale deve esserci. Lopatriello – al pari dei suoi più alti di grado nel PdL – non ama granché la questione e pare intenzionato a nominare Antonella Laviola, non eletta di “Insieme per Policoro”, anticipazione che non piace affatto all’unico candidato di questa lista, Mario Vigorito che spinge per la nomina di Antonio De Santis ad assessore, “in caso contrario andiamo all’opposizione”. Traendo le somme, la giunta sarà formata da Rocco Leone (Alleanza per Policoro) vice sindaco e assessori: Cosimo Ierone e Nicola Trupo (Città Nuova); Vincenzo Di Cosola (Casa dei moderati); Saverio Carbone (Udc); Antonella Laviola (“quota rosa”- Insieme per Policoro) e Tommaso Siepe (Forza Policoro) e Presidente del consiglio Otello Marsano. Dulcis in fundo, rumors vedono prossimo candidato alle regionali per il PdL Paolo Castelluccio ma se nemmeno a casa sua riesce ad impostare una linea come pensa di riuscire a trovar del sostegno a livello regionale e la Basilicata – si sa – è da sempre fortezza rossa… Informazione Basilicata Notizie Policoro Microspia in tribunale a Reggio CalabriaRitrovata nella stanza del pubblico ministero antimafia Nicola Gratteri, titolare anche dell’inchiesta sulla strage di Duisburg.
Ritrovata il 22 aprile scorso nel corso di alcuni servizi finalizzati alla bonifica degli uffici giudiziari, chiesta dal neo procuratore capo Giuseppe Pignatore ai Carabinieri del Ros, la microspia era dotata d’antenna, funzionante a batterie e capace di diffondere il segnale sino a circa venti metri di distanza. La stanza dove è stata rinvenuta è quella utilizzata, di solito, dal pm Grattieri per fare il punto sulle varie indagini, per incontrare gli investigatori della polizia giudiziaria e dove solitamente tiene interrogatori. Nicola Gratteri è un magistrato (sostituto procuratore distrettuale antimafia di Reggio Calabria) che lotta in prima linea contro la 'Ndrangheta calabrese e attualmente costretto a vivere sotto scorta. Il 24 giugno 2005 gli viene potenziata la scorta alla scoperta, il 21 giugno nella piana di Gioia Tauro, da parte del Ros dei Carabinieri di un arsenale di armi (un chilo di plastico con detonatore, lanciarazzi, kalashnikov, bombe a mano) che sarebbero potute servire per un attentato ai danni di Gratteri. Il ritrovamento della microspia ha fatto tornare in primo piano le polemiche degli ultimi mesi relative a fughe di notizie su alcune delicate inchieste, ultima quella relativa al presunto ruolo che avrebbe svolto il senatore Sergio De Gregorio per l'acquisto, per conto di una cosca, dell'immobile che un tempo ospitava una caserma dell'esercito, e sui presunti rapporti tra Marcello Dell'Utri ed un faccendiere, Aldo Miccichè, in merito al voto degli italiani residenti in Sud America.quella relativa a presunti brogli nel voto degli italiani all’estero. Gli inquirenti, quindi, ipotizzano che chi ha piazzato la microspia era a conoscenza di tutto questo. Inoltre, non si esclude che la «talpa» potesse avere libero accesso nei locali vicini alla stanza del pm Gratteri, considerato che il messaggio captato poteva essere diffuso a non oltre venti metri di distanza. Ed in quell'area il libero accesso è consentito solo a dirigenti, impiegati del palazzo di giustizia e magistrati. Questo fa ritenere agli investigatori che la «talpa» si dovesse trovare a pochi metri dalla stanza per captare il segnale. Di conseguenza gli investigatori, a quello che si è appreso, non possono neanche escludere che si tratti di un magistrato. Il ritrovamento è confermato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone: «Mi pare evidente che qualcuno aveva interesse ad ascoltare il lavoro e le impressioni del dottore Gratteri». Il magistrato conferma anche che la stanza spiata era usata dal pm antimafia: «Questo è un dato di fatto oggettivo che l'azione era rivolta a lui, questo è un fatto che ci preoccupa molto». Smentisce però la voce trapelata di un sospettato all'interno della Procura di Reggio Calabria ma su questo punto Pignatone smentisce la circostanza: «Non ci sono elementi che ci fanno pensare a ciò, ma sarà la procura di Catanzaro, competente per territorio su fatti che riguardano i magistrati reggini, a fare le verifiche del caso. Lunedì - ha concluso - trasmetteremo gli atti alla Procura catanzarese compresa la relazione del Ros reggino che sta indagando sull'episodio». D'Ammaro Rocco April 16 La fine dell’ArcobalenoIl risultato peggiore dal secondo dopoguerra ad oggi, crisi di un movimento che ha smarrito valori e non ha ascoltato i bisogni del proletariato, da sempre bacino di voti fondamentale
A sinistra i giorni post elezioni sono drammatici, si respira l’odore di una Caporetto senza precedenti. I numeri sono chiari e parlano di 3,2% al Senato e 3,1% alla Camera cioè zero senatori e zero deputati, poco più di tre milioni di voti che dal 2006 si sono volatilizzati. Il disastro ha colpito l’Italia senza tralasciare le roccaforti rosse, basti pensare che l’Emilia Romagna ha visto la comparsa (ed il voto) leghista che mai si era spinta così in basso. Il voto operaio si è spostato – a nord – alla Lega Nord capace d’esser ottima ricettrice di quel voto di protesta legato a due linee direttrici, antipolitica e sicurezza. Alla prima la Sinistra Arcobaleno non ha neppure citato la questione ma nelle varie interviste ha sempre dato risposte tanto logorroiche quanto evasive. Fausto Bertinotti - candidato premier per la Sinistra Arcobaleno - in un'intervista rilasciata a Piero Sansonetti [Liberazione, 3 marzo] dichiarava “contro la politica ricostruire una politica di sinistra, bisogna unire le forze e mettere al primo punto il problema della cultura politica e del che fare. Bisogna sganciarsi dall’ingegneria organizzativa di partiti. Resta fuori il rapporto con i popoli, con i movimenti, e il problema di quale cultura serve per affrontare un progetto politico e sociale di società”. Quindi? Bertinotti non ha risposto, parlando di una cultura di sinistra che – a quanto memoria d’uomo ricordi – difficilmente si è espressa contro i privilegi politici di una classe dirigente oramai giunta al capolinea. Nel programma si cita un fantomatico abbattimento delle spese con diminuzione dei parlamentari e consiglieri regionali. E le province? Carente anche sotto quest’aspetto la risposta della sinistra che anzi non ne ha proprio. Sulla sicurezza, la politica della sinistra è sempre stata dell’accoglienza con una giusta accusa alla normativa vigente che non permette ingressi regolari per trovare lavoro. Gli immigrati in Italia hanno numeri in linea – se non in ribasso – rispetto alla media europea ma qui nello stivale esiste una linea d’intolleranza sostanziale soprattutto al Nord dove ai continui furti o episodi criminali s’assiste al rincorrersi all’accusa dell’extracomunitario di turno. Nel settentrione la gente comune chiede sicurezza e la sinistra ha risposto con frontiere aperte ma senza citare criteri d’espulsione qualora si fosse verificato un reato grave e ne sono accaduti. Così se l’operaio del nordest abituato a dare il voto comunista di fronte alla non risposta abbandona Bertinotti e compagnia per dare la propria preferenza a chi organizza le ronde notturne e minaccia l’allontanamento dello straniero dalla terra padana, che sia l’extracomunitario o il romano non fa molta differenza. Il candidato premier ha annunciato le proprie dimissioni e nessuno ha chiesto di ripensarci, questo è indicativo di quanto la linea tracciata nella precedente legislatura prodiana, la terza camera dello Stato – nonostante i moniti – abbia smarrito la diritta via. Alcuni sintomi erano evidenti, la contestazione alla Sapienza, il silenzio mediatico sul Dal Molin, i fischi ricevuti durante la campagna elettorale sia dagli studenti che dagli operai. Segnali si ma la proporzione catastrofica raggiunta nella tornata elettorale hanno aizzato il clima già surriscaldato nella riunione nella sede di Rifondazione comunista. Stilettate tra Paolo Ferrero che chiede la convocazione degli stati generali del partito e criticando l’operato del partito passando da Bertinotti sino a giungere a Franco Giordano, attuale segretario che non le ha mandate a dire chiedendo: "chiaramente potresti anche dirci chiaramente se stai avanzando una tua candidatura al mio posto", ma il ministro ha controreplicato: "la sconfitta è colpa di tutti quanti, non ne faccio un fatto personale. Quel che certo, è che io ero e resto assolutamente contrario allo scioglimento di Rifondazione". Non le manda a dire Ferrero e dagli sguardi sembra lavorare lui in prima persona al cambiamento, si espone ed accusa nuovamente lo stato maggiore della sua organizzazione: "L'errore è stato di aver voluto annacquare il ruolo del nostro partito dentro la casa comune. Il Prc invece deve restare forte, con la sua identità dentro un soggetto più grande. Ma se mi riproponete tale e quale il progetto della Sinistra arcobaleno, allora davvero volete lo scioglimento di Rifondazione". Si gioca su quest’aspetto il futuro del partito, Bertinotti con i fidati Migliore, Ferrara e De Cesaris ascolta ed osserva oramai lui ha lasciato ma la voce che esce è di un Franco Giordano non proprio sicuro del proprio posto così tra i denti esce un nome, Nichi Vendola. E' il punto dello scontro, il nodo che accende gli animi nel confronto in segreteria. Con Giordano, Migliore, Ferrara, De Cesaris e gli altri bertinottiani a spiegare che indietro non si può tornare, che "l'idea di una grande Rifondazione dentro una grande sinistra è vecchia e deve purtroppo fare i conti con la realtà del voto", e che comunque nessun vuol dare l'addio alla storia del partito. Ma non convincono i "ferreriani" della segreteria, Fantozzi, Fraleone, Barbarozza. L’unico governatore regionale della sinistra, si rivolge alla gente della sinistra, al “cuore”, dice. Nel suo intervento parla di risentimento, astensionismo per poi puntare decisamente sull’iniziativa politica che “dovrà essere più efficace”. Ammonisce e dichiara di avere un sentimento di paura in questo momento per la società italiana e per "la disseminazione di culture della intolleranza e riguarda - sostiene Vendola - il rischio che a problemi complessi si offrano risposte sempre più ideologicamente semplificate e cattive". Infine dichiara "Evitiamo di individuare capri espiatori - avverte -sarebbe un atteggiamento infantile e ingeneroso". E così mette le mani avanti: non c'è da leggere alcun rapporto tra il suo governo regionale della Puglia e il dato, pure sconfortante, della Sinistra Arcobaleno in quella regione nelle elezioni politiche di domenica e lunedì. D'Ammaro Rocco March 28 Roma, Alemanno propone un casinò, tutti lo bocciano.La proposta del candidato sindaco della capitale trova i pareri negativi di tutti i candidati al Campidoglio da Rutelli (Pd) a Buontempo (La Destra) Nel gioco della campagna elettorale, si sa, ogni giorno si trovano nuove idee fantasmagoriche e creative ma che s’arrivasse a scomodare la costruzione di un edificio per il gioco d’azzardo, pare superare qualsivoglia compagnia italiana per l’acquisto d’Alitalia. L’autore di cotanta bomba politica è Gianni Alemanno che a margine dell’incontro con le categorie del settore turistico (Federalberghi) ha annunciato: «C’è bisogno d’integrare il turismo culturale con il turismo dello svago. A Roma non c’è un casinò e ci deve essere». L’imperativo ricorda tanto tempi andati a cui Alleanza Nazionale tempo addietro guardava con simpatia, epoche diverse anche questa dove la politica si gioca anche – e forse decisamente – sulle frasi ad effetto o slogan che dir si voglia. Maestri indiscussi di questa nuova fase comunicativa è stata Forza Italia capace di rinfrescare il linguaggio politico italiano, svecchiandolo dagli orpelli da “burocratese” ed avvicinandolo – talvolta sin troppo – al linguaggio popolare. La proposta ricalca i diktat mediatici imposti dalla nuova creatura politica del centrodestra da colui che da candidato a premier sta riuscendo a condurre con l’avversario unico una campagna elettorale di bassissimo profilo. Il progetto sembra nascere sulla falsariga di quello nella laguna veneziana ma con una differenza sostanziale – perlomeno in fase d’ideazione del progetto – quella della necessità d’investimenti privati. «Una struttura da realizzare sul litorale a spese dei privati, destinando una parte dei proventi ad opere di solidarietà» dice Alemanno e la seconda parte della frase sembra più la mano nascosta dopo aver lanciato il sasso. Una proposta che ha trovato l’immediata risposta dagli altri candidati sindaco per la Capitale. Il vicepremier, Francesco Rutelli, ha addotto motivazioni di dubbio carattere «il casinò è un errore perché purtroppo rischia di portare con sé interessi non trasparenti». Un casinò non è simbolo di traffici di chissà quale natura ma bensì se lo Stato riesce a governare bene di certo è possibile una buona entrata lucrativa ma se gli investimenti sono privati, i guadagni rischiano d’essere minimi. La sterile obiezione di Rutelli ha trovato Alemanno pronto ad una controreplica tanto semplice quanto efficace «l’ipotesi che la nascita di un casinò attragga interessi poco trasparenti è veramente una puerilità che lascia a bocca aperta» - continua il candidato del PdL - «Roma è l’unica capitale europea a non avere un casinò e noi proponiamo di costruirlo sul litorale. E’ un’iniziativa imprenditoriale che porta risultati economici dal punto di vista fiscale». La bocciatura viene anche dal candidato sindaco dell’Udc, Luciano Ciocchetti , che attacca l’ex alleato e da Paolo Orneli, presidente del Municipio XIII, territorio su cui si dovrebbe costruire questo fantomatico casinò: «Il futuro di Ostia non ha bisogno di uno sviluppo economico distruttivo e non deve seguire questo tipo di modelli ». Ultima - in ordine cronologico – smentita giunge da Teodoro Buontempo, candidato de La Destra che lancia una pesante accusa «Dietro ogni gioco legale c’è n’è sempre uno illegale. Pensare di aprire un casinò sul litorale dove l’usura ha raggiunto livelli di pericolosità sociale dimostra che anche esponenti di An hanno smarrito il senso morale della vita pubblica». Il dubbio che sorge, la creazione di un casinò è necessaria? Spulciando tra i quadri dirigenziali dell’AAMS, Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, che gestisce i giochi del lotto, lotterie ed affini su scala nazionale si scorge un nome, Gabriella Alemanno, vice direttore generale e direttore delle strategie. Becero clientelismo? La Casta non smette di stupire… D'Ammaro Rocco March 22 Policoro: tra vecchie e nuove (inconsapevoli) facceUn ragazzo si è ritrovato nelle liste dell’UdC di Casini per le elezioni comunali senza esser stato messo al corrente della firma. Questa volta non c’entra il porcellum o marchingegni burocratici farraginosi di cui l’Italia è esempio lampante ma più semplicemente l’esser finito nella lista dell’Unione democratici di Centro di cui il prode Casini è re indiscusso. A Policoro quest’anno – ma negli altri anni non era da meno – c’è fervore, poco più di 16.000 elettori si ritrovano la bellezza di 191 papabili consiglieri, un enormità, praticamente un candidato a famiglia. Nelle liste si leggono nomi nuovi (perlopiù riempitivi) e le solite alternative anche se il rimescolamento delle carte portate dal Partito Democratico ha permesso ad Antonio Di Sanza di passare in soli dieci anni da sindaco con Forza Italia poi ad appoggiare nel 2006 il Movimento per le Autonomie, sotto Antonio Lombardo ed infine candidato sindaco per la nuova creatura del centrosinistra italiano. Nel centrodestra non c'è novità, a candidarsi è Nicolino Lopatriello, una legislatura e mezzo alle spalle sempre alla guida del centro ionico e la mezza è giunta dopo l'elezione di Antonio Di Sanza a consigliere regionale di cui Lopatriello ne era vice. Uomo d'esperienza e di derivazione forse un pò troppo destrorsa per il centro che per anni ha rappresentato un baluardo democristiano inaffondabile. La posizione di outsider è occupata da Ottavio Frammartino, segretario della locale sezione della Sinistra Arcobaleno che rappresenta la novità di questa tornata elettorale. Giorni cruciali per la città d’Ercole che dopo anni di governo di centrodestra, prima con il già citato e poi con Lopatriello aveva trovato un’egemonia scalzata solo nel 2006 quando Serafino Di Sanza – cugino del candidato sindaco - riuscì a farsi strada con il centrosinistra in maniera netta ma troppo presto sorsero le contraddizioni che quella compagine mostrò anche a livello nazionale con la disgregazione soprattutto a livello concettuale. Nel centro ionico si è consumata una diatriba all’interno delle varie componenti del PD che probabilmente verranno fuori anche a livello nazionale. Tra i vari nomi che si scorrono si trova anche un ragazzo di 20 anni, Michele Strammiello, nulla di strano se non quella d’esser stato candidato in una lista che lui in primis dichiara di non sostenere. Ma cosa è successo allora? Il genitore ha precisato «mio figlio ha firmato per autenticare la lista dell’Udc ma non per candidarsi, l’ha fatto per amicizia» ed oltre al danno d’immagine giunge anche la beffa per lo schieramento azzurro difatti la famiglia Strammiello si schiera al fianco di Antonio Di Sanza. Contattato telefonicamente Roberto Ruggiero, segretario del movimento centrista policorese e candidato al Senato, ha spiegato «sono all’oscuro di tutta questa vicenda. Per presentare una lista ci vogliono minimo 16 persone per legge e noi ne abbiamo 17, quindi il limite era superato per cui non riesco a comprendere il perché di questo inserimento in lista». Rocco D’Ammaro Informazione dalla Basilicata Notizie Policoro March 15 Almeno 100 morti in TibetNon accennano a placarsi gli scontri che da giorni imperversano nel nord dell’India tra esercito cinese e popolo tibetano Continua la “guerra” dei numeri per i caduti in questa sanguinosa guerra che infiamma il paese, il governo tibetano in esilio ha diramato un comunicato ieri in cui affermava di «avere informazioni non confermate che tengono conto di un centinaio di morti e dell’instaurazione della legge marziale a Lhasa». Il documento diramato anche attraverso il web aveva toni molto preoccupati soprattutto dalle notizie che «arrivano dalle tre regioni del Tibet e che tengono conto di persone uccise in maniera indiscriminata, di feriti e di arresti di migliaia di tibetani che manifestavano in modo pacifico contro la politica cinese». Il primo ministro del governo tibetano, Samdhong Rinpoché, ha lanciato un appello alla Cina affinché agisca con “compassione”, auspicando «che i dirigenti cinesi, che hanno messo fine in passato al movimento per la democrazia a piazza Tiananmen, affrontino questa situazione con compassione e saggezza». Secondo Rinpoché i tibetani sono rimasti «scioccati» dal ricorso alla violenza per reprimere le manifestazioni ed ha chiesto la fine della repressione altrimenti si potrebbe accrescere la spirale di violenza. «Gli avvenimenti recenti in Tibet sono stati mal recepiti dalla comunità tibetana e potrebbero condurre certamente ad altri disordini in Tibet e fuori dal Tibet», ha detto il primo ministro in esilio. La Cina s’affida alle note dell’agenzia ufficiale Xinhua attraverso cui diffonde un comunicato che «evidenzia come le manifestazioni contro l’autorità di Pechino hanno fatto invece almeno 10 morti e numerosi feriti». Le autorità cinesi del Tibet hanno promesso clemenza ai «ribelli» che si consegneranno entro la sera di lunedì prossimo. Lo afferma una nota diffusa dall’Alta Corte del Tibet, nel quale si promette «clemenza» a coloro che si arrenderanno. All’interno della nota viene spiegato cosa sia accaduto in questi giorni «...dei teppisti hanno dato fuoco a scuole, ospedali, centri di intrattenimento per bambini. negozi e case civili e...ucciso innocenti civili». Le autorità finora hanno chiarito di quale etnia siano le dieci vittime annunciate fino a questo momento ma dalla formulazione delle loro dichiarazioni si evince che si tratta di cinesi «han» immigrati in Tibet. Le violenze in Tibet, nelle quali almeno dieci persone sono state uccise ieri, non impediranno agli organizzatori delle Olimpiadi di Pechino di portare la fiaccola olimpica sull'Everest, la cima più alta del mondo che si trova proprio in Tibet. Lo ha dichiarato oggi il portavoce del comitato organizzatore (Bocog), Sun Weide. Il progetto di portare la fiaccola olimpica sulla cima più alta del mondo (8.848 metri) è già stato al centro di polemiche dopo che Pechino ha bloccato tutte le spedizioni alpinistiche fino alla fine delle Olimpiadi. La stessa misura è stata presa dal vicino Nepal, su richiesta della Cina difatti l’Everest sarà completamente chiuso agli alpinisti almeno fino al passaggio della fiaccola, la cui data non è stata fissata. Secondo i piani del Bocog, la fiaccola olimpica sarebbe dovuta passare da Lhasa, la capitale del Tibet, il 20 e 21 giugno prossimi. D'Ammaro Rocco February 22 Assalto all’ambasciata americana in SerbiaContinuano gli strascichi polemici dopo l’annuncio della secessione del Kosovo Ambasciata americana a Belgrado violata dove un modesto incendio è divampato all’interno e più tardi è stato trovato un cadavere carbonizzato che non apparterebbe al personale, bensì ad uno degli assalitori. Oltre la rappresentanza statunitense, ieri sotto assedio anche e sedi diplomatiche occidentali a Belgrado dove il grande raduno di protesta promosso dalle autorità serbe contro la secessione del Kosovo è degenerato in guerriglia urbana, con decine tra feriti e contusi, per mano di gruppi di giovani hooligans. Secondo quanto reso noto dal dipartimento di stato Usa e da fonti di Belgrado, il cadavere è irriconoscibile e per identificarlo saranno necessari esami del Dna, mentre il bilancio aggiornato degli incidenti accaduti nella capitale serba è di una novantina di feriti o contusi, tra i quali una trentina di poliziotti. Tutto il personale diplomatico statunitense – ha detto il dipartimento di stato – ha risposto all’appello. Dopo il ritrovamento del corpo carbonizzato, sicuramente non appartenente a personale dell’ambasciata, il dipartimento di stato ha anche rivolto una formale protesta al governo serbo perchè la sicurezza dell’ambasciata «non era adeguata». Il numero tre del dipartimento, Nick Burns, ha chiamato il primo ministro serbo, Vojislav Kostunica, e il ministro degli esteri, Vuk Jeremic, per dire loro che saranno considerati direttamente responsabili in caso di nuovi incidenti. Jeremic, in un’intervista alla Reuters, ha subito definito inaccettabili e deplorevoli atti compiuti da estremisti gli attacchi alle ambasciate straniere, che «danneggiano l’immagine della Serbia all’estero e non rappresentano il sentimento collettivo del popolo serbo» ed ha auspicato che non dovranno ripetersi. Anche il governo croato ha protestato ufficialmente con quello serbo dopo l’attacco contro la propria ambasciata a Belgrado, ed un centinaio di persone ha manifestato nel centro della città scandendo slogan anti-serbi. Gruppi entrati in azione contro numerose rappresentanze e strutture commerciali straniere (compresa una filiale dell’Unicredit), e che sono stati capaci d’irrompere nel consolato di Washington, di strappare la bandiera a stelle e strisce, e persino d’appiccare il fuoco in alcune stanze, prima che la polizia si decidesse a intervenire in forze. La manifestazione, che secondo il governo serbo avrebbe dovuto «incanalare pacificamente la rabbia della gente», aveva richiamato in piazza centinaia di migliaia di persone: riunite dinanzi all’ex Parlamento federale jugoslavo, lo stesso luogo in cui nel 2000 la protesta popolare aveva decretato la fine del regime di Slobodan Milosevic e l’apertura del Paese all’Europa, ma stavolta per dire «no» all’indipendenza proclamata domenica 17 da Pristina. E «no» all’Occidente che la sostiene. Tutto è andato secondo copione durante i comizi: in un tripudio di bandiere nazionali, canti, esibizioni di immagini patriottiche e religiose, accuse agli Usa e all’Ue e ovazioni alla Russia di Vladimir Putin. Poi, mentre il grosso della folla defluiva pacificamente al grido di «il Kosovo è Serbia» si è scatenata la furia dei più facinorosi. I vendicatori dell’orgoglio nazionale ferito si sono divisi in manipoli e hanno dato il via alla sarabanda. Quasi tutti agitavano i simboli rivali del tifo ultrà del Partizan e della Stella Rossa, associati nella violenze a sfondo nazionalistico così come era già successo per i disordini di domenica scorsa. Il gruppo più numeroso – formato da 300 persone circa – ha preso di mira l’ambasciata degli Usa, sul viale Knez Milos, non lontano dai ministeri diroccati che ricordano ancora i bombardamenti Nato del 1999. Ad attenderli c'erano solo poche pattuglie di polizia che si sono fatte rapidamente da parte: alcuni dimostranti hanno potuto così irrompere nella sezione consolare, scalando le finestre sulla facciata dell’edificio, e mettere a ferro e fuoco diversi ambienti. Anche la bandiera dell’ambasciata – chiusa per precauzione fin dalle ore precedenti – è stata strappata e bruciata, sostituita per qualche minuto in segno di scherno con quella russa. Solo a quel punto la polizia (ringraziata più tardi «per la professionalità» da una portavoce) è intervenuta in assetto antisommossa. Con l’impiego di blindati che, in parata, hanno messo in fuga gli aggressori con lanci di lacrimogeni. Drappelli sparsi hanno continuato tuttavia a imperversare fino a tardi. Danneggiando altre ambasciate di Paesi bollati come 'nemicì (Turchia, Canada, Croazia, Belgio, Bosnia), e negozi con insegne straniere (come Benetton), ma anche saccheggiando semplici esercizi locali: tutti chiusi. Il bilancio provvisorio è di almeno 60 feriti, inclusa una quindicina di agenti. Un’esplosione di teppismo che non cancella l’impatto della manifestazione unitaria del pomeriggio, affollata come non si vedeva da anni nella maggiore repubblica ex jugoslava: oltre 300.000 persone secondo la polizia, 500.000 secondo un portavoce governativo. E che tuttavia è stata commentata con preoccupazione dal presidente Boris Tadic, la voce più moderata ed europeista dell’attuale vertice politico serbo. Tadic, che aveva dato il patrocinio al raduno, salvo poi defilarsi e confermare una visita di Stato in Romania, si è fatto sentire da Bucarest (rompendo il silenzio imbarazzato del suo alleato-rivale Kostunica) per chiedere «la cessazione delle violenze e degli attacchi alle ambasciate», oltre che per sollecitare gli organi dello Stato a fare «il loro dovere secondo la legge» contro i vandali. Ma anche per ribadire che se le proteste pacifiche «sono legittime», i colpi di testa rischiano di ottenere un solo risultato: «Allontanare il Kosovo dalla Serbia» una volta per tutte. D'Ammaro Rocco February 06 E alla fine arriva la notizia: Veltroni si dimetteDopo le improbabili proiezioni e i dati forniti per poter evitare un commissario per lungo tempo, questa mattina Veltroni ha dichiarato le proprie dimissioni da sindaco di Roma Finiscono le ipotesi, le scommesse, smentite, dichiarazioni e i fiumi d’inchiostro sulle dimissioni mai confermate di Walter Veltroni come sindaco di Roma. Lo stesso leader del Pd ha chiuso la partita. «Essendo immaginabile che purtroppo si vada verso le elezioni, darò le dimissioni […] Però spero di poterlo fare subito dopo l’approvazione del piano regolatore». Veltroni si dimetterà dopo il "si" al piano regolatore e da quel momento si aprirà il commissariamento (che sarà quindi "breve") e l’avvio del processo che porterà alle elezioni del nuovo sindaco. Poltrone importanti da spartirsi anche in Provincia dove l’attuale presidente Enrico Gasbarra, ha fatto sapere di essere pronto a dimettersi per candidarsi alle elezioni politiche. In questo scenario è sempre più probabile l’ipotesi di Rutelli candidato al Campidolio e Zingaretti alla Provincia. Sul versante del centrodestra, invece, tutto appare più nebuloso. Sembra ormai tramontata l’ipotesi Fini per il Campidoglio, mentre si ripropone con forza la candidatura di Alemanno. Per quanto concerne la Provincia, invece, tutto è abbastanza fermo e l’unica certezza è la candidatura di Buontempo. D'Ammaro Rocco La carità cristiana dell'UDEURPiccolo compendio della misericordia ceppalonica
Mastella ha fatto proseliti: un partito ad personam con gente che lo segue senza troppe domande e dubbi amletici impegnati nella difesa ad oltranza del verbo profferito da “San Mastella di Calcutta”. Lui testimone della fede cristiana che domenica ha lasciato la povera moglie affranta nella villa di Ceppaloni, è dovuto andare a portare solidarietà in Vaticano al papa per la vicenda Sapienza come se Ratzinger non ne abbia tratto tanto vantaggio mediatico.
Lui uomo di fede che ai suoi discepoli ha insegnato al porgere l’altra guancia ha trovato il Giuda in Nuccio Cusumano, reo di aver pronunciato il si al governo Prodi e spostando pericolosamente la bilancia.
L’Iscariota – reo di aver deciso il si all’avventura del governo Prodi – è stato attaccato da più di metà Parlamento (e questo fa pensare più al no che al si) con insulti, il più valoroso della Casta, tale Tommaso Barbato, è partito a gambe levate dall’altra parte dell’aula e si è avvicinato con fare minaccioso verso il Giuda apostrofandolo con parole “argute”: Pagliaccio, venduto, pezzo di merda>> e mentre Cusumano terminava pronunciando Scelgo per il paese, scelgo per la fiducia a Romano Prodi>>, dall’aula è partita l’ola della parolaccia, terminando pericolosamente al centro dove ci sarebbero gli esponenti cattolici (gli stessi presenti domenica al Vaticano) e quindi dovrebbero essere sempre per il soccorso del prossimo “cesso”, "troia" e "frocio”. Ah questa carità cristiana nei parlamentari, ma questi non erano per la libertà di pensiero? Non erano quelli che hanno affollato i vari notiziari televisivi innalzando alla pluralità di pensiero il loro credo? Qualcosa non torna… Il povero Cusumano dopo esser stato oggetto di tal comportamento di riguardo condito, ma qui Barbato ha smentito, da sputi e una tentata violenza fisica (ma le immagini che ha appena mandato in onda LA7 lo sbugiardano clamorosamente) ha avuto un malore ed è stato portato via dall’aula e condotto in infermeria. Adesso per Prodi la difficoltà è nel riuscire a recuperare Cusumano e portarlo anche con le stampelle, ma qui ci sono da annoverare i miracoli del Parlamento in fatto di medici, De Gregorio insegna a riguardo. Miracoli, si sta comunque in metà aula di cattolici o pseudo tali. D'Ammaro Rocco |
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